Seaspiracy, il documentario su Netflix che fa cambiare l’opinione su quello che mangiamo

Si possono affiancare le parole sostenibilità e pesca? Perché non ci viene mai detto che la causa principale dell’inquinamento dei mari è causata proprio da essa? Queste sono alcune delle tante domande che il regista Ali Tabrizi si fa nel documentario Seaspiracy su Netflix. Da vedere sapendo che sarà difficile non rimanerne scossi…

di Carolina Saporiti

E

siste la pesca sostenibile? Prima di rispondere a questa domanda bisognerebbe chiedersi, cos’è? Ed è proprio quello che si chiede nel documentario su Netflix, Seaspiracy (90 minuti), del giovane regista britannico Ali Tabrizi (che nel 2018 aveva diretto Vegan).

Anzi è quello che lui stesso va a domandare a diverse associazioni impegnate per promuovere questo tipo di pesca ed evitare lo sfruttamento dei nostri mari. Purtroppo ne esce una situazione complessa, difficile da costruire e con tante ombre.  Nessuno, anche le associazioni intervistate nel documentario, dichiara che sia possibile garantire al 100% quello che viene fatto a bordo dei pescherecci, difficile dire che la pesca sia “sostenibile” e che venga svolta sempre nel rispetto degli Oceani e delle specie che ci vivono. 

Seaspiracy è un documentario con un climax che si fa via via più intenso e che porta se non alle lacrime, almeno alla commozione e a tante riflessioni. Tabrizi, nella sua indagine per scoprire la vera causa dell’inquinamento degli Oceani e per provare che la nostra dieta non sia sostenibile, racconta pratiche e comportamenti immorali e sistemi sempre più corrotti

 

Dalla catture accidentali di pesce (il 40% del pescato sarebbe inutilizzato) al traffico di pinne di squali, dalle mattanze di delfini alle presunte false certificazioni di pesca sostenibile fino al maltrattamento del personale a bordo dei pescherecci nel Pacifico che pescano gamberi, la narrazione del mondo della pesca commerciale di Tabrizi si conclude lasciando una sensazione di amaro in bocca forte. 

Non sono mancate le reazioni delle ONG citate e delle persone intervistate all’interno del documentario che hanno accusato il regista di aver utilizzato dati vecchi e falsi e di aver inserito in maniera fuorviante le parole dette durante le riprese del film. E in tanti accusano Tabrizi di aver realizzato un documentario con uno scopo già in testa: spingere le persone alla dieta vegetariana. 

 

Al di là delle critiche, però, il punto – come ha sottolineato un ricercatore e ambientalista marino, Callum Roberts, prima ancora di vedere Seaspiracy – è che anche se alcuni dati riportati da Tabrizi possono essere errati o particolarmente pessimisti stiamo facendo danni enormi all’Oceano ed è arrivato il momento di chiedersi che cosa possiamo fare per invertire la rotta. 

Laureata in Lettere Moderne, sono giornalista professionista dal 2011 e vivo a Venezia. Collaboro con diverse testate online e offline. Mi piace scrivere di cose belle e buone: viaggi, cibo&vino, cultura e ambiente. Amo camminare, in spiaggia o nei boschi. Sono curiosa, leggo e prendo sempre appunti.

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