Ice fingers, le stalattiti-killer degli oceani polari

di Manuel Gavini

A

vete presente i sottili ghiaccioli che pendono giù dalle grondaie di case, o dai rami degli alberi di montagna, quando in inverno fa molto freddo? Immaginate la stessa forma ma con una lunghezza di diversi metri, composta di sola acqua salata e collocata nelle profondità oceaniche.

Parliamo degli stravaganti ghiaccioli di brina marina, visibili a tutti coloro che intendono dirigersi verso i ghiacciai dell’Artide o dell’Antartide.

Si tratta di masse d’acqua salata molto fredda che, entrando in contatto con quelle più calde sotto la superficie, ne abbassano velocemente la temperatura e scendono fino a toccare direttamente il fondale marino, a cui trasmettono tutto il gelo della superficie, causando le gravi conseguenze che saranno descritte a breve.

Di solito, ciascuno di questi ghiaccioli impiega dalle 4 alle 12 ore per raggiungere il fondo, al termine del seguente processo: l’acqua marina più calda arriva fino al ghiaccio in superficie e, congelando, genera una sorta di brina densa; a quel punto il sale trasuda fuori, con la conseguenza che l’acqua circostante aumenta in pochissimo tempo di salinità.

Naturale conseguenza è l’abbassamento del punto di congelamento e, in tal modo, la creazione di sacche di brina intrappolate tra i banchi di ghiaccio. Quando quest’ultimo comincia a spaccarsi, ecco che accade qualcosa di davvero straordinario: la brina si scioglie e affonda sotto la superficie, essendo molto più salata e densa dell’acqua circostante.

La curiosità è che il ghiacciolo di acqua salata non è una massa solida come saremmo portati a pensare, ma piuttosto somiglia a una spugna imbevuta e formata da una fitta rete di piccoli canali.

Scendendo, quella brina glaciale attraversa zone di acqua meno fredde, che al contatto si congelano. È in questo modo che prende vita quella che può essere chimicamente definita come una stalattite di ghiaccio marino o scientificamente brinicle, termine originato per contrazione da brin-icicle (“ghiacciolo di acqua salmastra”). La colonna di ghiaccio che si viene a formare cresce inesorabilmente di circa 30 centimetri l’ora, arrivando a generare sul fondo del mare vere e proprie “pozze” di ghiaccio.

Raggiunto il fondale, il ghiaccio si diffonde congelando istantaneamente – e quindi uccidendo – qualsiasi organismo e forma di vita nei paraggi, tra cui colonie di stelle marine, ricci di mare e in assoluto tutte le malcapitate creature più lente negli spostamenti.

Ecco perché le ice fingers vengono in gergo chiamate stalattiti-killer, in quanto generatrici di una rete di ghiaccio che si diffonde raggelando mortalmente tutto l’ambiente biologico circostante con cui entra in contatto. I brinicle non rappresentano invece un problema alla navigazione sottomarina, essendo un letale ma fragile raggio tubolare che può essere spezzato con facilità.

Le stalattiti di ghiaccio marino furono analizzate nel dettaglio per la prima volta nel 1971 dagli oceanografi americani Paul Dayton e Seelye Martin. Gli studi in laboratorio stabilirono che esse si plasmano naturalmente negli inverni polari, quando la temperatura dell’aria scende sotto i -18°C mentre quella dell’acqua rimane a -2°C.

Tuttavia, solo nel 2011 – nei pressi della piccola isola di Razorback, vicino all’arcipelago di Ross – due documentaristi della BBC, Hug Miller e Doug Anderson, riuscirono a filmare lo straordinario fenomeno per il programma Frozen Planet, utilizzando delle telecamere time-lapse a una temperatura sotto lo zero termico:

Recenti ricerche, pubblicate sulla rivista American Chemical Society Langmuir, suggeriscono addirittura che queste bizzarre appendici di ghiaccio rappresenterebbero un ambiente privilegiato in cui l’esistenza potrebbe essersi evoluta in origine: nella loro formazione, infatti, esse creano gradienti chimici, potenziali elettrici e membrane, tutte condizioni necessarie per la genesi della vita sul nostro pianeta.

Se così fosse, si tratterebbe di un processo che da milioni di anni svolge la sua funzione nelle profondità delle gelide acque polari, contemplando la possibilità di uno sviluppo di forme viventi in condizioni estreme. Ciò aprirebbe a nuove ipotetiche conoscenze – ad oggi ignote – presso altri pianeti del sistema solare, dove risiedono oceani ancora tutti da scoprire.

Mi chiamo Manuel, ho 33 anni e osservo da sempre con interesse ogni forma acquatica generosamente offerta dalla natura. Laureato con lode in Relazioni Internazionali nel 2012, dal gennaio successivo sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Il mio hobby preferito è viaggiare, ovunque, ma quando devo scegliere tra mare e montagna non ho dubbi: il richiamo dell’acqua è troppo forte! In questa foto mi trovo a Capri, durante la mia ultima vacanza "on the blue", immerso nell’inestimabile panorama con vista Faraglioni.

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La parola acqua deriva dal latino “aqua”, che a sua volta ha una radice indoeuropea, la stessa della parola onda, che passando dal greco diventa “unda” in latino.

Acqua e onda: ovvero identica radice linguistica per due elementi che non possono esistere l’uno senza l’altro. 

 

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