Ecoalf, il brand spagnolo che ha come mission la sostenibilità

di Martina Grandori

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oda e ambiente, un tema molto caldo. Se ne legge molto, molto però è anche puro marketing, il fast fashion è sul podio di questa infelice classifica. Ci sono invece nuove etichette che sposano la causa ambientalista e grazie alla tecnologia trovano soluzioni efficaci.

Molte storie di cambio vita arrivano proprio con la nascita dei figli, una tale, totalizzante rivoluzione per cui certe cose che prima andavano bene, certi compromessi diventano tutto ad un tratto stretti. Si guarda oltre, ci si vuole sentir parte di un cambiamento, piccolo ma un cambiamento a favore dell’ambiente.

E così è successo a Javier Goyeneche 10 anni fa, padre di  Alfredo e Alvaro, e fondatore dell’etichetta di abbigliamento dal dna giovane e informale, Ecoalf che della sostenibilità ne ha fatto il suo portabandiera. Basti pensare che per produrre una sola T-shirt, occorrono 2.720 litri di acqua, ogni anno il settore tessile utilizza circa 93 miliardi di metri cubi di acqua, l’equivalente di 37 milioni di piscine olimpioniche. Informazioni flash su cui però se ci sofferma, viene la pelle d’oca.

L’ormai ipercitata Agenda 2030 dello Sviluppo Sostenibile delle   Nazioni Unite, fra i suoi punti chiave, il numero 14, ha proprio il   conservare e mantenere gli oceani e i mari, le risorse marine e promuovere uno sviluppo sostenibile. A Marzo, durante la giornata mondiale dell’acqua, il fondatore di Ecoalf ha reso noto che la collezione estiva Lost Colors ha risparmiato 45 milioni di litri di acqua dolce, quanto basta per fornire acqua a 61.643 persone per un anno intero (calcolato su di un consumo giornaliero di acqua da bere di 2 litri a persona).

Una capsula di otto pezzi dai nomi evocativi – oceano, aura, terra, vento, fuoco, nucleo, lava e spirito – e una testimonial speciale come la modella e attivista Blanca Padilla. Insomma niente è lasciato al caso.

Ogni capo è creato con materiali sostenibili (vedi il trench il cui tessuto leggerissimo è ricavato dalle reti da pesca dismesse, tinto con estratti provenienti da piante (indigofera tinctoria, melograno), e radici (rubia), l’ausilio di additivi chimici non è contemplato e ogni indumento della Lost Colors è tracciabile dalla materia prima alla lavorazione e tutti i passaggi sono fatti nel rispetto dell’ambiente.

È un dato di fatto che la catena produttiva della moda abbia un impatto negativo sulla moda, il fast fashion è in cima alla piramide, l’unica soluzione è avvalersi di sistemi produttivi innovativi dove la tecnologia gioca un ruolo fondamentale. In questi anni Ecoalf ha prodotto 400 tessuti frutto del riciclo di materiali di scarto o non trattati le cui proprietà sono del tutto simili ai tessuti “normali”. Basta volerlo, basta impegnarsi e si può, ma come sempre sono scelte, diventare un’impresa sostenibile richiede investimenti.

Le nuove frontiere del tessile sono incredibili, da un processo circolare sfruttando il PET (anche quello raccolto nei mari), o il nylon (640.000 tonnellate di reti da pesca gettate negli oceani ogni anno), o il cotone (più della metà delle piantagioni di cotone sono irrigate artificialmente con acqua potabile che viene sottratta di fatto alla popolazione), si ottengono tessuti aggiornatissimi in termini di sostenibilità.

La salvaguardia dell’acqua comunque resta il grande impegno di Ecoalf, nel 2015 avvia il progetto Upcycling the Oceans, una sorta di catena umana di pescatori volontari e vicini alla causa che in tutto il mondo si sono impegnati a raccogliere i quintali di detriti marini, in primis il terribile PET per poi re- impiegarlo in processi produttivi high-tech e ottenere filati circolari. Perché non va dimenticato che il 2050 è relativamente prossimo, e secondo gli esperti, nel 2050 ci sarà più plastica che vita negli oceani.

Forse è arrivato il momento di imparare a vestirci in maniera più responsabile.

Sono Martina Grandori, vivo quotidianamente con il senso dell’umorismo e alla ricerca dell’estetica, tento di migliorarmi ogni giorno in nome di una magica evoluzione, nutrendo il mio giardino degli interessi. Adoro scrivere, lo faccio da vent’anni in qualità di giornalista specializzata in lifestyle, prestata poi al mondo dell’ambiente e della sostenibilità. Sono madre di due bambine che hanno rivoluzionato la mia vita in positivo, da sempre vivo nella bellissima Milano, città che adoro perché ha moltissimo da offrire oltre allo smog.

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Nasce il nuovo progetto di comunicazione che unisce sotto un’unica piattaforma online gli appassionati del mondo dell’acqua declinato in tutte le sue forme.

 

La parola acqua deriva dal latino “aqua”, che a sua volta ha una radice indoeuropea, la stessa della parola onda, che passando dal greco diventa “unda” in latino.

Acqua e onda: ovvero identica radice linguistica per due elementi che non possono esistere l’uno senza l’altro. 

 

Le onde sono un movimento perpetuo, sono il fluido che rappresenta l’impulso positivo al cambiamento.

 

Da qui nasce l’avventura di “On the Blue”: che ogni giorno vi condurrà in un viaggio in compagnia di chi questo elemento lo vive e lo ha vissuto.

 

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